A Cessapalombo, di scena i carbonai Stampa E-mail
Share
Fiastrone - Notizie e curiosità dalla gola del Fiastrone
Scritto da Paolo Ciccarelli   
Venerdì 19 Marzo 2010 21:00

I CARBONAI: UN DURO E FATICOSO LAVORO MA QUALCUNO DOVEVA PUR FARLO...

Un antico quanto mai indispensabile e necessario lavoro per tirare avanti. Ricavare carbone dalla legna non era affatto facile e richiedeva non solo uno sforzo fisico ma anche una costante e continua attenzione durante tutta la durata della "cottura" del legno. Una minima disattenzione e distrazione e tutto il duro lavoro veniva vanificato ed andava letteralmente in fumo.

Utilizzato soprattutto come fonte energetica, per la cottura dei cibi e per la lavorazione del ferro, il metodo per ricavarlo doveva seguire delle tappe ben precise e nulla era lasciato al caso. La carbonaia, che solitamente aveva una forma a cono ed in gergo chiamata "la 'ncotta", veniva costruita su di uno spiazzo all'interno del bosco chiamato "piazza carbonaia" di forma circolare.

Per la sua realizzazione venivano naturalmente abbattuti degli alberi di diverse dimensioni per poi ricavare pezzi della lunghezza di circa 50-60 centimetri ed in alcuni casi anche fino ad un metro.

I sentieri pullulavano di asini e muli utilizzati al trasporto della legna la quale, alla piazza carbonaia, veniva separata in diversi gruppi a seconda della dimensione e lunghezza. A questo punto, si procedeva con la realizzazione della struttura centrale che aveva la funzione di camino e sostegno della carbonaia ("la vùscia"). Una specie di parallelepipedo costruito con pezzi di legno disposti uno sopra l'altro in modo da lasciarre però del vuoto al suo interno.

Dalle cataste di legno ammucchiate intorno al perimetro della piazza carbonaia, si iniziava poi a prendere i tondelli di e ad appoggiarli verticalmente tutto intorno al camino realizzato in precedenza. Fatto il primo strato, si iniziava il secondo continuando ad appogiare altra legna attorno a quelli sistemati poco prima e così via fino al raggiungimento di uno spessore di circa 50 centimetri. Quindi si procedeva ad appoggiare altri tronchetti di legno sopra lo strato inferiore collocandoli leggermente inclinati verso l'interno. Si continuava in questo modo fino al raggiungimento delle dimensioni volute avendo l'accortezza di lasciare un'apertura in cima alla carbonaia.

La legna utilizzata aveva una precisa collocazione in base alla sua dimensione: si passava da tronchetti fini o di media grandezza appoggiati al camino, a quelli più grandi nelle zone interne per riposizionare i tondelli medi o fini all'esterno. Tutto questo anche in considerazione delle temperature che si sviluppavano all'interno della carbonaia.  Ora bisognava isolare quest'ultima il più possibile dall'aria posizionando innanzitutto delle grosse pietre alla base in modo tale da formare una specie di muretto alto circa una trentina di centimetri; aveva il compito di sostenere il materiale di copertura costituito per i primi 20 centimetri da frasche e rami di ginepro o di altre piante e per il resto da paglia e foglie. Poi, tutta l'intera superficie della carbonaia, veniva rivestita di terra fortemente pressata.  

Ora si dava inizio al processo di carbonizzazione facendo cadere, dalla bocca del camino, della brace con dei piccoli pezzetti di legno dopo ci che la bocca veniva chiusa. Dal quinto giorno in poi la carbonaia non veniva più alimentata; per facilitare la diffusione del calore e del fuoco, si facevano dei fori ai fianchi della carbonaia. Quando il fumo diventava di colore celestino o aveva un odore piuttosto pungente, la carbonizzazione era a buon punto e terminava nel momento in cui non fuoriusciva più di solito dopo 8-10 giorni.

La prossima operazione da effettuare era la "sfornatura" e cioè separare il carbone ottenuto dalla terra. Veniva pesato dopo il raffreddamente (in media dai 7 ai 10 quintali), insaccato e trasportato a dorso dai muli. L'intero processo per la carbonizzazione del legno doveva essere eseguita con estrema precisione. Non era facile infatti tenere sotto controllo il fuoco evitando quasi del tutto il contatto con l'aria; all'interno si sviluppavano altissime temperature (dai 350 ai 450 gradi) e solo in questo modo si poteva ottenere un chilo di carbone (con un maggior potere calorico) da cinque chili di legna; quello leggero, più friabile e di color argento era il migliore.

Dall'inizio fino alla fine del processo di carbonizzazione, la carbonaia veniva continuamente monitorata di giorno ed anche di notte se era ventosa ed i carbonai erano costretti ad accamparsi in capanne realizzate con le frasche vicino alla piazza carbonaia. Il cibo consumato era costituito da pane, noci, salame, fagioli e dal vino cotto che non mancava mai; pasti che venivano portati da casa. Per dormire, utilizzavano dei rami secchi o brande molto rudimentali. I loro abiti erano adeguati all'attività che svolgevano: pantaloni molto resistenti di stoffa, giacche vecchie e scarpe robuste che in occasione della scarbonatura venivano infilate in alti zoccoli di legno per non bruciarle. 

Per gli attrezzi, si andava dal marraccio o roncola per il taglio di rami abbastanza grandi; un'accetta per rami ancora più grandi; una pala, utilizzata per la copertura intrgrale della carbonaia; un rastrello per rimuovere il carbone e separarlo dalla terra; il vaglio di forma rettangolare con due lati aperti che serviva per raccogliere il carbone; una semplice scala alta circa 2.5 metri usata ad esempio per salire in cima alla carbonaia per dare il via al processo di carbonizzazione; dei paletti appuntiti utilizzati per creari i fori in modo da uniformare il calore all'interno della carbonaia; una "cupella" cioè un recipiente-botte di circa 20 litri per contenere acqua da bere (o vino cotto....) <<< Inizio articolo

<<< Torna a Notizie e curiosità dalla gola del Fiastrone  Torna alla Home del Fiastrone  Home

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna